A Charles.
Sei tornato con una visione tua del tutto. Di un tutto che è stato pure mio.
Hai annusato gli odori delle concerie e sei passato da quei sassi messi lì da berberi cotti dal sole.
Io continuo a volere. A volere non so nemmeno io cosa. Come si fa ad aspettare la neve se poi lei ti coglie impreparato?
Deve essere l'attesa.
Io non rientro più nel tuo labirinto, magari avrei preferito aspettare dietro ad una siepe di bosso e non esser mai raggiunta, ma avrei scelto io se farmi trovare o no.
Tu hai chiuso il giardino segreto. Stai facendo crescere l' edera che soffoca. Gli acquitrini non hanno più i fiori di loto. La ghiaia non luccica più al sole.
Arriva l' autunno e poi sarà inverno.
Mi hai detto che non vorrai esserci per la stagione del camino acceso, sarai forse tra le nebbie del caos senza tempo e senza luogo (maggio 2005 ndr).
Non più protagonista già da tempo.
Ed io aspetto la neve, ingessata e con la voglia di spaccare tutti i bicchieri sotto mano, il pizzicore agli occhi, le ani unte, i capelli unti, le occhie nere, i denti gialli e i chili che si sciolgono ed iniziano a lasciare i segni sulla pelle. Pacchetti di sigare ingiati, caffè spalmati sui nervi, banchetti di sorrisi ebeti.
Voler finire e ricominciare. Voler finire e ricominciare. Come un castigo, come una punizione.
E sentirsi comunque superiore come un gabbiano che non scende mai a terra, che non perde un attimo...che sale, vira stramba pesca scarta e annaspa.....
e risale.
Clic.